Ci sono giorni in cui un insegnante varca la soglia della classe senza aver dormito, con la testa appesantita dai pensieri e la salute mentale al limite. Ciononostante, il copione gli impone di sorridere, gestire le tensioni, mantenere la calma e spiegare per l’ennesima volta la lezione.
È una scena invisibile, ma quotidiana che si ripete nelle scuole di tutto il mondo. Dietro la cattedra si nasconde infatti una crisi silenziosa: quella di una professione sovraccarica a cui il sistema chiede di essere sovrumana, dimenticando che anche i docenti sono persone con i propri limiti.
Dall’abuso della vocazione allo stigma dell’ansia
A gettare luce su questo malessere è stata la maestra e consulente pedagogica Paola de la Cruz, premiata nel 2020 come miglior docente di scuola primaria in Spagna.
In un’intervista al quotidiano El País, l’esperta ha sottolineato come la dedizione all’insegnamento si sia trasformata in una trappola: «Abbiamo sovraccaricato così tanto il corpo docente che siamo passati dalla “vocazione” all’abuso di quella stessa vocazione».
De la Cruz ha denunciato su El País quanto sia ancora forte lo stigma che circonda la salute mentale nel mondo della scuola, con una riflessione chiarificatrice: “Quando un insegnante ha la febbre, resta a casa e nessuno gli chiede di entrare in classe. Tuttavia, quando ha l’ansia, entra in aula, perché quella malattia non si vede allo stesso modo”.
Un isolamento aggravato dalla paura delle conseguenze economiche: fermarsi per recuperare la stabilità psicologica spesso significa subire decurtazioni stipendiali che molti insegnanti, con famiglie e mutui a carico, semplicemente non possono permettersi.
L’effetto domino sugli alunni
Il logoramento dell’insegnante non resta mai confinato dietro la cattedra. Quando le risorse emotive si azzerano, cambia il tono di voce, cala la pazienza e si assottiglia la capacità di ascolto.
“I bambini lo notano, anche se nessuno dice loro niente”, ha avvertito Paola de la Cruz dalle pagine di El País, spiegando come si rischi di passare dall’accompagnare gli studenti al mero “sopportarli”. Il pericolo maggiore è il senso di colpa che si innesca nei più piccoli: gli alunni percepiscono la stanchezza o la tristezza della maestra e arrivano a credere di esserne la causa diretta. Per questo motivo, proteggere il benessere emotivo di chi insegna è la prima forma di tutela della crescita serena degli studenti.
La fotografia italiana: burocrazia, stipendi e la morsa del burnout
Le parole dell’esperta risuonano in modo speculare anche in Italia. Nel nostro Paese l’ansia e il carico emotivo sono alimentati da fattori strutturali precisi. Secondo l’ultima indagine OCSE-TALIS, pur con livelli di stress dichiarato sotto la media europea, il dato italiano è in crescita costante rispetto alle rilevazioni precedenti. A pesare di più sulle spalle dei professori italiani sono tre elementi specifici:
- L’eccessivo carico di lavoro amministrativo (indicato come fonte di stress dal 56% dei docenti).
- I troppi compiti da correggere a fronte di classi affollate (48%).
- Le pressioni e le preoccupazioni dei genitori (48%).
A tutto ciò si aggiungono la precarietà diffusa per chi muove i primi passi e gli stipendi tra i più bassi d’Europa, che accentuano quella sensazione di scarso riconoscimento sociale denunciata anche su El País.
Non a caso i Sindacati continuano a chiedere il riconoscimento del burnout come malattia professionale usurante e il pensionamento anticipato per la categoria o un diverso utilizzo negli ultimi anni prima del collocamento a riposo, sottolineando come quasi la metà dei docenti delle medie viva in una condizione di stress cronico.
La prima infanzia e le carenze della formazione
Un accento particolare va posto sulla fascia di età da 0 a 3 anni, un segmento educativo in cui il legame affettivo e la presenza dell’adulto sono le fondamenta dell’apprendimento. Come ricordato da De la Cruz, un bambino piccolo non si adatta a una metodologia o a un progetto didattico, ma “alle braccia che lo accolgono”. Ciononostante, mancano ancora dati sistematici e disaggregati sulle assenze per motivi psicologici nella prima infanzia, un settore che rimane spesso invisibile alle istituzioni sia in Spagna che in Italia.
Sotto accusa, poi, finisce anche la formazione universitaria iniziale, giudicata ovunque troppo teorica. Studiare pedagogia e metodologie non equivale a saper gestire la complessità quotidiana di un gruppo di 25 o 30 bambini con esigenze eterogenee. La sola predisposizione personale non compensa la mancanza di tirocinio pratico sui casi reali, lasciando i nuovi docenti smarriti fin dai primi giorni di lavoro.
Un cambio di paradigma non più rinviabile
Non è più sostenibile pretendere che gli insegnanti agiscano da “supereroi” senza mettere in discussione le condizioni in cui operano. Ridurre il carico burocratico, rivedere il numero di alunni per classe e garantire un graduale percorso di affiancamento al rientro da un congedo per salute mentale sono le prime risposte che le istituzioni dovrebbero fornire.
Valutare la scuola soltanto dai risultati o dall’efficienza formale, senza curarsi dello stato di salute psicologica di chi la manda avanti ogni giorno, rischia di smantellare dall’interno il pilastro più importante della società.
FONTE: “Orizzonte Scuola”
ARTICOLO DI: Andrea Carlino
17/10/2026
