
Il Sole 24 Ore ha pubblicato alcune simulazioni elaborate da Aon sulla possibile pensione che sei lavoratori – tutti con iscrizione dell’Inps a 24 anni e carriere diverse (che ovviamente si riflettono sulla retribuzione che oscilla tra i 30 e i 150.000 euro) – potrebbero maturare con la quota 100 o scegliendo di restare al lavoro qualche anno in più.
Il risultato di queste simulazioni è che decidere di smettere di lavorare a 62 anni porta alla rinuncia del 22% dell’assegno pensionistico (davanti ad una retribuzione di 30.000 euro all’anno), e si sale al 28% (se lo stipendio è di 150.000 euro). Se si sceglie di andare sempre con la quota 100, ma a 64 anni di età, il taglio è decisamente più limitato, e va dal 12 al 16%.
La differenza è determinata dal fatto che, continuando a lavorare, si aumenta il montante contributivo. L’altro fattore che premia la maggiore età, è l’applicazione di un coefficiente di trasformazione più vantaggioso. Con la riforma previdenziale del 2011, qualunque sia il sistema di calcolo a cui si è soggetti (ex retributivo, misto, contributivo), i contributi versati dal 2012 in poi sono convertiti in pensione in base al sistema contributivo, cioè dal prodotto montante accumulato per un coefficente di trasformazione che aumenta con il crescere dell’età del pensionamento. Un certo impatto è prodotto anche dall’eventuale incremento delle retribuzioni percepite dopo i 62 anni.
