
Continuiamo la nostra rubrica di lettere dai lettori con questo contributo che abbiamo ricevuto dalla Prof.ssa Marilena Bonadies. Buona lettura.
Lettera aperta (mi auguro senza troppa retorica) a tutti quegli insegnanti che si stanno affacciando al mondo della scuola, forse pieni di dubbi e paure. Sono una docente, insegno da sempre; credo sia la cosa che so fare meglio. Starnone ha scritto “Sono salito sulla giostra della scuola a 6 anni e non ne sono ancora sceso.” Per me è lo stesso. Ho sempre vissuto questa professione con entusiasmo e motivazione; rari i momenti di noia, stanchezza e frustrazione, se non per gli inevitabili fallimenti con alcuni studenti. Ho sempre pensato alla inutilità di lamentarsi, come spesso capita di sentire molti di noi, per la minima visibilità sociale della categoria o per la scarsa considerazione a livello contrattuale della professione. Quindi so di essere fortunata e continuerei a fare questo lavoro, se fosse possibile, pur avendo una vita complicata ma ricca.
Ora sono quasi a fine carriera, le ore di lezione che ho davanti sono molto meno rispetto a quelle che ho alle spalle. Allora mi è venuta voglia di scrivere, di fissare sulla carta ciò che non funziona nel mondo della scuola, senza dimenticarne la ricchezza, e provando ad avanzare qualche idea.
1. Innanzitutto ritengo che il primo disastro sia iniziato quando i genitori, senza esperienza in materia, sono entrati nel mondo della scuola; l’intenzione della legge forse non era del tutto sbagliata, ma gradualmente si sono innescate situazioni assurde in cui i genitori, supportati dai cambiamenti sociali, hanno trovato sempre più terreno, a discapito di docenti che hanno cominciato e continuano ad arretrare, perdendo via via autorevolezza. La mia esperienza mi porta a dire che ho vissuto momenti di forte stress e disagio, quando un genitore, di professione ingegnere, quindi non docente, ha contestato una mia valutazione di piena sufficienza al figlio che, a suo dire, meritava voti molto più alti… peccato che il fanciullo in questione non avesse mai aperto il libro di letteratura, ritenendola inutile, e che io fossi stata costretta a fare la media dei voti, come imposto dal legislatore. Non commento oltre … troppa energia ho sprecato … troppe umiliazioni. Quindi dico ai nuovi docenti: non fatevi condizionare, usate la vostra testa, confrontatevi sempre con altri docenti e, perché no, se possibile con i vostri studenti, ma non arretrate.
2. Altro punto dolente: i cambiamenti nei programmi ministeriali sono vaghi a volte poco chiari … è vero che c’è la libertà e l’autonomia dei docenti, ma la conseguenza è la grande confusione che regna non solo nelle varie scuole, ma anche all’interno delle scuole stesse.
3. Ulteriore punto da discutere: conoscenza della lingua inglese. Il legislatore richiede per tutti gli studenti di scuola superiore il raggiungimento di un livello B2 del QCER … è impossibile! Cause: livelli in entrata differenti e al giorno d’oggi sempre più carenti; ore di lezione diminuite; classi superaffollate. Risultato: teoria e pratica si scontrano ma il legislatore non verifica e non se ne preoccupa. Servono più ore di inglese, e più chiarezza e determinazione nel consigliare agli studenti della scuola media la scuola superiore, al fine di evitare i fallimenti.
4. Altra incongruenza: mi è capitato spesso di lavorare come commissario esterno agli esami di stato negli istituti professionali. Qualche legislatore si è mai chiesto il senso di queste scuole e di questi diplomi ormai concessi con troppa facilità? Ciò accade non tanto per la magnanimità dei docenti ma soprattutto per i meccanismi con cui si arriva al punteggio finale. I diplomi non corrispondono né a vere competenze né ad un reale background culturale. Ritengo che gli istituti professionali non siano altro che istituti tecnici “facilitati/edulcorati”, dove studenti che a volte sanno a mala pena la lingua italiana devono studiare materie complesse con una microlingua altrettanto difficile e di poca utilità pratica. Perché non far diventare queste scuole più professionalizzanti?? Perché non impostarle con una struttura che insegni un vero mestiere (artigiani falegnami idraulici ecc.) sostituendo o uniformandosi ai così detti corsi regionali?? Stato e Regioni dovrebbero interagire per migliorare l’offerta formativa al fine di garantire il bene e la serenità degli studenti.
5. Vogliamo parlare dell’ASL?? Richieste assurde, di cui non viene verificata l’effettiva fattibilità o utilità. Il governo dispone e noi pronti ad adeguarci consapevoli dello scarso ritorno e della ipocrisia intorno a queste disposizioni: aziende restie, scuole che si affrettano a fare conferenze inutili, studenti in ansia e/o svogliati. Importante è raggiungere numero ore, come o a cosa serva non interessa a nessuno. 6. Ultimo punto, ma non meno importante: il nuovo esame di stato non funziona del tutto. La prova scritta di inglese non andava eliminata e l’esame orale non funziona, specialmente negli istituti tecnici o professionali dove gli studenti, non essendo supportati da materie umanistiche, non sono in grado di elaborare discorsi approfonditi o di mostrare reali competenze. È sembrato una ripetizione dell’esame di terza media o una tesina improvvisata Risultato: in molti contesti i docenti hanno impostato alla vecchia maniera “attraverso domande su conoscenze”, si badi bene …non per incapacità, ma per evitare “i silenzi delle scene mute”.
CONCLUSIONE: a scuola si deve STUDIARE. La scuola è e deve rimanere il luogo in cui gli studenti acquisiscono le basi intellettuali e la capacità critica per affrontare la vita, diventare esseri pensanti e non esseri passivi di fronte all’incedere imperante dei “social network “. Ciò che si perde a scuola non viene più recuperato. La cultura e la conoscenza renderanno i nostri ragazzi davvero liberi e magari adulti e cittadini (anche politici) migliori. È dovere dei docenti fare in modo che gli adolescenti siano più esposti alla parola “scritta”. Facciamoli leggere e scrivere di più, riabituiamoli a esprimere idee, pensieri e sentimenti con la parola scritta, non solo con sigle ed emoticon. Non dimentichiamo mai l’avvertimento di Orwell: se si si continuerà a ridurre il linguaggio, si ridurrà inevitabilmente il pensiero e l’ignoranza “la farà da padrona” con tutte le inevitabili conseguenze. A questo proposito anche i giornali hanno dato grande risalto ai risultati non proprio incoraggianti delle prove Invalsi: la notizia che più mi ha colpita, come docente, è che molti dei nostri studenti non sono in grado di capire la loro lingua. Riflettiamo … In bocca al lupo a tutti i “mitici” docenti.