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Home»NOTIZIE IN EVIDENZA»la legge che rende inutile insegnare
NOTIZIE IN EVIDENZA

la legge che rende inutile insegnare

adminINSBy adminINSMarzo 27, 2018Nessun commento6 Minuti di Lettura
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 In una scuola in cui - come sa chiunque abbia insegnato un solo giorno – studenti e genitori spesso si alleano contro i docenti per rivendicare voti alti anche a fronte di uno scarso impegno, l’Alternanza scuola-lavoro rappresenta una svolta ideologica che mina alle fondamenta, anche in sede di valutazione dello studente, la credibilità di un sistema di trasmissione del sapere serio e non (posticciamente) orientato sulla sua presunta caratura professionalizzante.

Avantage de la science, J-J Grandville

i FILIPPOMARIA PONTANI

il Fatto Quotidiano, 27 marzo 2018. Il potere dominante non vuole che si formino persone dotate di un pensiero critico, che sappiano individuare ciò che non va bene e suggerisca i modi per cambiarlo: vuole dei servitorelli dal sistema dato

«Le lezioni frontali ormai sono considerate un optional, ora i docenti devono anche valutare i tirocini, con voti che alzeranno la media. Così i ragazzi capiscono quanto poco è considerato lo studio»

 

Perché mai rispettare

dei beni che non danno utilità?

Non ha senso! Mio caro, in verità,

 vi ritenete un grande: ma, alla prova,

a quanta gente date da mangiare

A che vi serve leggere? A chi giova?…

Lo Stato non sa proprio cosa farsene

di gente che non spende

Così, in una fortunata favola di La Fontaine (L’avantage de la Science), un ricco decantava il lavoro utile facendosi beffe della dottrina di un suo concittadino sapiente – salvo poi, dinanzi a un imprevisto rivolgimento della storia, essere spazzato via per mancanza dei minimi strumenti culturali.

Non ha tratto insegnamenti da questo apologo il legislatore che ha obbligato tutti gli studenti d’Italia a devolvere un numero assai elevato di ore (200 nei licei, 400 negli istituti secondari d’altro tipo) ad attività professionali non retribuite: attività che in molti casi non solo distraggono energie e concentrazione, ma, svolgendosi durante l’orario di lezione, portano i giovani a perdere ore d’insegnamento, configurando classi “à la carte” in cui di giorno in giorno si vede chi c’è (il lunedì 3 studenti sono dal tornitore, il martedì tornano quelli ma mancano i 5 che sono in biblioteca, e il mercoledì invece altri 2 che vanno in aeroporto). Con quale profitto per l’insegnamento frontale (ormai ritenuto un optional, non teso alla formazione di cittadini consapevoli, ma giustificabile solo in quanto propedeutico a un – peraltro fantomatico – lavoro specializzato), è facile immaginare.

Questo è il sistema che la “Buona scuola” renziana (legge 107/2015) ha introdotto sotto il nome altisonante di “Alternanza scuola-lavoro”, provando goffamente a mettere a sistema alcune splendide esperienze che non avevano alcun bisogno di diventare obbligatorie per tutti: se un istituto elettrotecnico toscano o un avanzato convitto del Friuli avevano avviato da anni benemerite collaborazioni con imprese interessate a formare da subito i propri futuri lavoratori, bastava tutelare quelle esperienze e promuoverle nei giusti limiti, non imporre a un liceo classico campano o a uno scientifico del trevigiano d’inventare improbabili convenzioni con aziende che finiscono per “fare un favore” alle scuole prendendo dei giovani a fare, gratis, lavori di contorno. Il tutto – lo ha denunciato abilmente Christian Raimo – senza che sia chiaro a nessuno il disegno pedagogico sotteso, sepolto in formule burocratiche del peggior gergo, e in griglie in cui si valuta l’ “imparare a imparare”, l’assimilazione della “cultura d’azienda” e simili amenità.

Dopo aver sancito ufficialmente la svalutazione dell’apprendimento tramite lo studio (ove mai, in una società come la nostra, qualche giovane ancora vi credesse), e aver indotto l’illusione di un contatto con il mondo del lavoro laddove in realtà inculca da subito il principio del lavoretto a gratis, l’Alternanza scuola-lavoro non ha finito di far danni: in queste settimane, infatti, in previsione della chiusura dell’anno scolastico e con particolare riferimento alle classi terminali, i Consigli di classe devono stabilire le modalità della valutazione di questa attività “on the job” (sic), che non ha una casella a sé stante (non è, per intenderci, una “materia” in più), ma deve rifluire e influire sulla valutazione disciplinare complessiva dello studente.

La Guida operativa del ministero in materia è, come spesso, poco chiara: prevede in sostanza che si acquisiscano le valutazioni in itinere dei tutor esterni (di norma, ovviamente, assai benevole: in molti casi tutti gli allievi hanno il massimo, così non si creano problemi), le autovalutazioni degli studenti (ovviamente positive, anche se poi, in via confidenziale, molti confessano di non aver fatto assolutamente nulla in quelle ore), e che poi il Consiglio di classe metta in opera strumenti di verifica (una presentazione di 10 minuti? una relazioncina di due pagine?) per giudicare e certificare un’attività che si è svolta per intero fuori dalle mura della scuola.

Accade così che alcune scuole decidano di formulare un voto (di norma alto) che andrà a far media con quelli della disciplina o delle discipline più “affini” al tema dell’attività lavorativa; altre, di spalmare il voto addirittura su tutte le discipline curricolari (non senza motivo: in molte griglie si prevedono voti su “competenze sociali e civiche”, “economia”, “lingua italiana”, “lingua straniera”, “scienza e tecnologia”, anche se – per dire – uno fa fotocopie o frigge patatine da McDonald’s); e in percentuali – per quanto riguarda il “far media” con i voti sudati nei compiti in classe o nelle interrogazioni – che ogni scuola decide a suo modo (50 e 50? 60 e 40?).

Anche per quanto riguarda l’esame di Stato, la valutazione delle esperienze di Alternanza scuola-lavoro finisce per innalzare la media con cui gli studenti vengono ammessi alla maturità, anzi il loro “credito scolastico”, come si dice oggi.

In una scuola in cui – come sa chiunque abbia insegnato un solo giorno – studenti e genitori spesso si alleano contro i docenti per rivendicare voti alti anche a fronte di uno scarso impegno, l’Alternanza scuola-lavoro rappresenta una svolta ideologica che mina alle fondamenta, anche in sede di valutazione dello studente, la credibilità di un sistema di trasmissione del sapere serio e non (posticciamente) orientato sulla sua presunta caratura professionalizzante.

Che qualche docente di italiano, di greco o di matematica, già sballottato fra mille moduli, registri elettronici e vessazioni burocratiche, continui a insegnare con passione in un contesto del genere, è ormai un vero miracolo.

José Saramago, figlio del popolo, diceva sempre di dovere la sua vena di scrittore al fatto di aver trovato nell’istituto tecnico che frequentava, in un angolo remoto del Portogallo, un professore di lettere serio, severo e preparato. Chissà se oggi gli avrebbe prestato altrettanto credito.

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