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Home»Notizie generali»“Quella deriva del sapere che parte da lontano”: la banalizzazione assoluta dei contenuti del sapere».
Notizie generali

“Quella deriva del sapere che parte da lontano”: la banalizzazione assoluta dei contenuti del sapere».

adminINSBy adminINSMarzo 26, 2019Nessun commento9 Minuti di Lettura
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Proponiamo questo articolo ” Quella deriva del sapere che parte da lontano ” tratto da Left

 

Quella deriva del sapere che parte da lontano Oltre vent’anni di riforme della destra e del centrosinistra con lo stesso obiettivo: l’allineamento a standard aziendalistici, tra competizione e semplificazione. Fino ad arrivare al Miur di Bussetti. Ora la scuola deve ritrovare la sua forza legata alla conoscenza.

 

Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti andrà al Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona dal 29 al 31 marzo. Dunque, il responsabile del Miur, che dovrebbe garantire una formazione laica, democratica, uguale per tutti, secondo i principi costituzionali, sfilerà a Verona insieme a personaggi che si schierano contro l’aborto, il divorzio, l’omosessualità. Un evento che si basa su credenze e mistificazioni, come hanno denunciato 160 docenti dell’Università di Verona che hanno firmato un documento in cui definiscono il congresso «espressione di un gruppo organizzato di soggetti che propongono convinzioni etiche e religiose come fossero dati scientifici».

Questo episodio è come se fosse una rappresentazione simbolica della deriva delle politiche della formazione in Italia. Partiamo da qui per ripercorrere e comprendere il progressivo smantellamento dell’istruzione pubblica e del sapere critico, quello che rende i cittadini consapevoli della realtà e quindi liberi nelle proprie scelte. Comprendere, va detto, significa fare ricerca e quindi reagire ad una degenerazione politica e culturale che fa del “non studio” quasi un valore da esibire, come si è visto in questi ultimi anni. E sono stati lunghissimi quelli passati tra riforme e controriforme, in una sostanziale uniformità di intenti tra governi di destra e centrosinistra.

«Il ventennio 1997-2017 è stato disastroso, ha creato molti guasti ed è stato una inversione di tendenza nei confronti di quella emancipazione della scuola pubblica che con molte contraddizioni era stata portata avanti negli anni precedenti», dice Mario Ambel, direttore della rivista Insegnare del Cidi e a lungo docente di scuola media.

Marina Boscaino, insegnante e portavoce nazionale della Lip, la legge di iniziativa popolare che a più riprese negli anni ha avanzato un progetto di istruzione laica, democratica ed inclusiva, fa risalire il disastro ancora prima, al 1989. «Fu allora che venne creato il tavolo dell’Ert, European Round Table dedicato espressamente all’educazione», dice, citando un articolo del pedagogista belga Nico Hirtt, pubblicato di recente su Edscuola. Al tavolo partecipavano gli industriali più potenti del Vecchio Continente -tra cui Paolo Fresco per la Fiat – e alla fine viene prodotto il rapporto Educazione e competenza in Europa. «Lì vengono determinate le basi rispetto alle quali i sistemi scolastici europei avrebbero dovuto orientarsi, alla stregua delle condizioni aziendali e privatistiche, cioè considerare il lavoro come elemento determinante nella definizione dei sistemi dell’istruzione». Spazio quindi ai privati, all’invasione della tecnologia nella didattica, al lavoro e alla competizione, «una parola – continua Boscaino – che entrerà nel lessico delle politiche scolastiche».

Del resto sono questi i tempi del pensiero unico in economia, in cui l’essere umano diventa oggetto di studi economici, in cui il concetto di “capitale umano” teorizzato dal premio Nobel per l’Economia Gary Becker trova un ampio consenso.

Seguendo questo filo, ecco le norme sulla scuola degli anni successivi.

«Il primo di tutti gli elementi decostituzionalizzanti è stato l’arrivo dell’autonomia scolastica nel ’97 e poi con il decreto 275 del ’99, e poi tutti i decreti connessi come il 165 del 2001 che istituisce la dirigenza scolastica. Da ambiente educativo, palestra di cittadinanza consapevole la scuola assume una dimensione più propriamente aziendalistica». Mario Ambel colloca l’autonomia scolastica tra gli elementi di disaccordo all’interno del mondo della scuola, una ferita ancora aperta. «Alcuni di noi si erano illusi, ed io ero tra questi, e cioè che fosse un’autonomia della responsabilità, della cogestione da parte della scuola, nata per la ricerca, per la sperimentazione, per decentrare la funzione dello Stato e dare quindi agli istituti la possibilità di trovare soluzioni adeguate alla difficoltà dell’apprendimento. E invece è risultata un’autonomia della competizione, della meritocrazia fra soggetti e scuole».

Il grande scoglio affiorato negli anni 2000 è la contrapposizione tra conoscenze e competenze. Le key competences, oggetto di una raccomandazione del Parlamento europeo (2006), studiate nel nostro sistema scolastico fin dai tempi del ministro Berlinguer e recepite, racconta Boscaino, con il ministro Fioroni (2006-2008) esplicitano in pieno «le politiche scolastiche europee in materia di apprendimento». Tra le 8 competenze chiave del 2006 figurava “imparare a imparare”, poi aggiornata nel 2018 in “competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare”, oppure “spirito di iniziativa e imprenditorialità” mutato in “competenza imprenditoriale”. «È la fine del sapere disinteressato, come sosteneva Gramsci, indirizzato alla persona nella sua completezza conoscitiva ed umana», continua Boscaino. Al suo posto subentra un sapere utile, finalizzato al lavoro, con progressivo svuotamento delle discipline. In questo senso va letta anche l’operazione dell’alternanza scuola lavoro della Buona scuola renziana. Il conflitto tra competenze e conoscenze si trascina fino ad oggi e meriterebbe, davvero, un confronto aperto. Mario Ambel crede tuttora «che sia possibile una strada delle competenze culturali di cittadinanza fondata sui contenuti disciplinari», ed è convinto «che oggi dovremmo rifondare il senso di queste parole, liberarsi dalle incrostazioni dovute alle divisioni di questi anni e provare a fare la ricomposizione di un progetto di cultura democratica progressista che in questo momento è troppo frammentaria». Il rischio, infatti, in questa contrapposizione, è che si esalti il ritorno al passato, alla scuola selettiva e conservatrice come auspica Ernesto Galli della Loggia che in una lettera al neoministro Bussetti, tra le altre cose, consigliava di alzare la pedana della cattedra, tanto per ribadire che in classe la democrazia non deve entrare. In tale scenario ha fatto irruzione, è il caso di dire, il sistema di valutazione Invalsi, anche questo in ossequio agli orientamenti europei. Fu la ministra Moratti con la legge delega 53 del 2003 a istituire un organo che non è autonomo e che incide moltissimo sulla didattica. «Una dimensione premiale, competitiva fin dalla scuola di base, con il risultato di aver accentuato le diseguaglianze invece di ridurle», commenta il direttore di Insegnare. Ambel, nel ricostruire questi anni di «disinvestimento economico e di valori» cita anche il mancato innalzamento dell’età dell’obbligo. «La fascia tra i 14 e i 16 anni registra il tasso di dispersione più alto d’Europa, ma per molto tempo non si è deciso di alzare l’asticella dopo la scuola media unica. Si è costruito solo pasticci, un innalzamento dell’obbligo farsa perché lo Stato consente di assolvere l’obbligo scolastico a 16 anni perfino nell’apprendistato, non solo nell’istruzione professionale». L’istruzione professionale, del resto, affidata alle Regioni con la riforma del Titolo V nel 2001, era già era stata ampiamente marginalizzata, come se non fosse un problema nazionale migliorarla e permettere quello che una volta si chiamava l’ascensore sociale, cioè il diritto allo studio per tutti.

Nel ripercorrere i vent’anni di guasti, Ambel individua anche un fattore negativo per la formazione degli insegnanti: «il rapporto lacunoso tra università e scuola», per cui non è mai esistito un luogo efficace dove pedagogisti e docenti delle singole discipline si incontrassero per una ricerca comune sui contenuti e la pratica didattica. E a proposito di contenuti, in questi anni si è assistito ad una costante depauperazione delle materie di studio. Come il taglio di un’ora di lingua con la riforma Gelmini, la scomparsa della geografia soffocata dalla “geostoria”, l’eliminazione della storia dell’arte dagli istituti professionali e la sua limitazione in altre scuole, la perdita di ore con l’alternanza scuola lavoro. Il risultato è sempre lo stesso: «Il tempo disteso dell’apprendimento viene stritolato dalla logica per obiettivi veloci ed immediati», dice Boscaino.

Infine la Buona scuola, «che ha portato a compimento la caduta delle speranze, con l’alternanza scuola lavoro, la chiamata diretta del preside, la tendenza verticistica e non cooperativa il bonus di 500 euro per la formazione individuale invece di organizzare corsi collettivi per tutti», continua Ambel.

E il governo attuale? «Non intravedo né le prospettive né la cultura politica nei valori di fondo che potrebbero portare a un cambiamento ma solo continuità e aggiustamenti rispetto alla Buona scuola», dice il direttore di Insegnare. L’ultimo atto del ministro Bussetti è stato quello relativo al nuovo esame di Stato. Ed è un altro esempio di quella pervicace attività di semplificazione che caratterizza il Miur leghista.

«Tranquillizzare, sopire, il principio è neutralizzare qualsiasi cambiamento», dice Giuseppe Bagni, presidente del Cidi, che fa parte del Consiglio superiore della pubblica istruzione (Cspi). La cesura con il ministero di viale Trastevere si fa sempre più netta: rarissimi per esempio i pareri richiesti dal Miur. «Sull’esame di Stato, rispetto alla prima e seconda prova, abbiamo suggerito di rallentare, i cambiamenti a tre mesi dall’esame non vanno bene, sulla terza prova, quella delle buste, non ci hanno chiesto nulla». E invece a giugno gli studenti si troveranno di fronte ad un colloquio diviso in tre parti. Una è quella delle tre buste, stile quiz televisivo, una è dedicata all’esperienza dell’alternanza scuola lavoro e la terza, alla Costituzione e cittadinanza, un po’ «uno specchietto per le allodole», dice Boscaino, dopo che l’insegnamento del diritto è stato tagliato verticalmente sempre dalla riforma Gelmini e la conoscenza della Costituzione è stata lasciata alla buona volontà degli insegnanti.

La Lega ha anche presentato una proposta di legge sull’insegnamento dell’educazione civica che adesso è in Commissione cultura. Ma anche in questo caso la semplificazione è in agguato: nella “nuova” disciplina, c’è un po’ di tutto: dall’educazione stradale alla lotta al bullismo. Ma soprattutto l’insegnamento (33 ore all’anno) potrebbe rubare altro tempo alla storia, come ha denunciato Giuseppe Laterza su Repubblica, una materia già fin troppo penalizzata. Marina Boscaino e altri docenti, sulla nuova formula dell’esame di Stato, hanno scritto una lettera aperta al ministro (pubblicata su Roars), senza ricevere risposta. «Nella mia scuola ho chiamato dei costituzionalisti a ripercorrere la Costituzione e la storia della Costituente – dice la portavoce della Lip – ma in genere nelle scuole si sono trovati in una situazione emergenziale. Un’altra prova, questa dell’esame di Stato, della banalizzazione assoluta dei contenuti e del sapere». 

 

 

 

 

 

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