
Qualche giorno fa, la viceministro dell’Istruzione Anna Ascani aveva firmato in una nota in cui affermava che “la scuola italiana ha subito molte tensioni ingiuste, a causa dell’inappropriato, a dir poco, clima prodotto dall’azione politica e istituzionale del Ministro Salvini e del suo emulo Bussetti”.
L’esponente Pd continuava poi così: “Ora che Salvini è finalmente uscito dal governo è tempo di tornare alla normalità: ciò implica che nelle nostre classi sia benvenuto il dibattito intellettuale tra diverse idee e visioni del mondo. Penso quindi che sia opportuno dare un segnale forte chiudendo definitivamente lo spiacevole caso dell’insegnante di Palermo, sospesa dalla docenza per un dibattito sulle leggi razziali avvenuto in una sua classe. È tempo che Rosa Maria Dell’Aria torni in classe e che il nostro torni a essere un paese normale a partire proprio dalla scuola. Ho chiesto al ministro Fioramonti di procedere in questo senso e lavoreremo insieme per chiudere al più presto una pagina nera per la scuola”.
Ieri un articolo su La Stampa faceva il punto della situazione, riportando le dichiarazioni del figlio della professoressa, Alessandro Luna – che è anche avvocato e ha depositato il ricorso alla sezione lavoro del tribunale di Palermo l’11 giugno (la prima udienza è in calendario il 4 marzo del prossimo anno) -, secondo il quale la madre chiederebbe la dichiarazione di illegittimità della sanzione disciplinare e un risarcimento di 10.000 euro per il danno alla professionalità arrecato dal provvedimento disciplinare.
Visto che il direttore dell’Ufficio scolastico provinciale di Palermo non vuole fare passi indietro, l’unico modo di chiudere la questione, prima di arrivare alla pronuncia del giudice del lavoro, sarebbe l’intervento del provveditore regionale. Unico problema: le nomine di Bussetti sono state revocate.
Ultima annotazione: Il Secolo d’Italia ha scritto che la professoressa Dell’Aria starebbe facendo la “vittima” o un “piagnisteo”. Niente di tutto questo: si sta solo difendendo da una sanzione ingiusta. Come capita ogni anno a tanti altri suoi colleghi.